sabato 9 marzo 2013

STONATURE


La chitarra, alla fine, fu autorizzata ad entrare. Reparto G11, secondo piano.  
Il reparto aveva finalmente una chitarra. Un evento rivoluzionario dentro un carcere.Fu grazie all'intercessione di Padre Vincenzo, più influente delle nostre precedenti venti richieste tutte cestinate.

La chitarra fu scortata da un agente. Transitò lungo il corridoio accompagnata dagli sguardi annegati nel buio dietro i blindati e respiri trattenuti, manco si trattasse di una donna sensuale.
Era, al contrario, una chitarra ignobile. Deforme, di un colore sbiadito, le corde ad altezza diseguale e annerite dall'usura.  Dentro, per una sola ragione: accompagnare i canti della messa di reparto del sabato. Ecco perché era stata autorizzata a entrare.
Dopo la messa, infatti, Don Vincenzo doveva consegnarla a un ufficio della sorveglianza o riportarla alla sua canonica fino alla messa successiva.  
La diedero a me. Per accordarla.
Era più di un anno che, in quanto carcerato, non ne toccavo una.  La imbracciai, sentii il legno addosso, il  profumo tipico e, improvvisamente, un rivolo d'energia cominciò a circolarmi nel sangue. A fortificare il corpo. 
Avevo voglia di suonare. Ma non potevo. Il mio compito era solo quello: accordare lo strumento. La sistemai alla buona, credo un tono e mezzo sotto. Meglio non si poteva fare (almeno credo).
La chitarra. Per parecchi sabati successivi, la aspettavamo. E lei, puntualmente, arrivava, unica visita gradita del sabato. Poco prima della messa, coi compagni ci giocavamo gli spiccioli di minuti a disposizione consumandoli per cantare le canzoni che piacevano a noi. Facevamo in fretta, Battisti, Beatles, Battiato suonati a velocità quasi doppia per non perderci neanche un attimo di quella musica, lì dentro, così nuova e diversa.
Poi la messa di Padre Vincenzo, io alla chitarra e "Candeloro", "Maccheroni", "Er Capitano",  Gianluca,Gianni "Er malizia", Claudio e "tu sei la mia vita altro io non ho..." cantata in una amalgama sonora che per dissonanze e stecche avrebbe potuto ispirare parecchi compositori contemporanei.
Poi un giorno, la svolta. Padre Vincenzo, che era un giovanissimo prete pugliese, dopo la messa dirottò quella chitarra verso la mia cella. Me la porse. Così, d'impeto. "Io non ti ho dato nulla" mi bisbigliò. Capii al volo e ricevetti quel corpo di legno con le mani che tremavano e lo nascosi  sotto la branda (se ricordo bene).
Ero emozionato. Avevo una chitarra in cella. Per me significava solo una cosa: una  prigionia meno dolorosa. Avrei potuto suonare solo a notte fonda. Dopo l'ultimo passaggio della sorveglianza. Avvertii di tutto ciò Gianluca ed Enzo (i miei vicini di cella)  con la promessa, solenne, di suonare senza disturbare i loro sonni.
Suonare di notte è bellissimo. Dentro una prigione lo è ancora di più. Accovacciato coi piedi sopra il water e nascosto dietro un piccolo separé,  mi limitavo a sfiorare quelle corde malconce. Il suono di una chitarra di notte è straordinario. Fuori dalla grata, la luna a guardarmi, una specie di medusa bianca sospesa nel cielo, aria profumata che penetrava dentro, soffiata dalla campagna umida  e quella musica...ossia  un banale accordo di Re maggiore che diventa qualcosa di concreto che vedi circolare, caldo, che si propaga come un infuso benefico, come ossigeno... mentre il carcere dorme.
Durò solo un paio di settimane. Vennero a svegliarmi all'alba. Tre agenti. "Perquisizione" dissero.
Annuii. L'appuntato "buono" avanzò una proposta: "Se ce la consegni spontaneamente non faremo perquisizione (tradotto: daccela tu o  ti mettiamo a soqquadro tutta la cella). Mi voltai. Fu solo in quel momento che  mi accorsi che la chitarra occupava  in larghezza quasi  mezza cella. Mi venne da sorridere. Consegnai la chitarra agli agenti. Partì un procedimento. Io e Padre Vincenzo, gli imputati.
A me non fecero nulla. Il buon Padre Vincenzo (che, intanto, aveva confessato la sua "cessione illegale di strumento musicale") ebbe un formale richiamo dai suoi superiori e dall'ispettore di reparto. Fu condannata solo la chitarra. Che non tornò più. Che non potei più  abbracciare. Né suonare. 
Mi rimaneva solo lei.  La galera. E il suo orribile suono di chiavi, urla e metallo.
Amen. 
(di S.Ferraro, da Galera, le ultime incisioni )

Nessun commento:

Posta un commento