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venerdì 3 agosto 2018

ANCORA SULLA PENA VISIBILE



“Il sentiero da seguire, per il recupero e la risocializzazione del detenuto, è quello tracciato da Ferraro ne La Pena Visibile”

Giudice Ferdinando Imposimato
  


"La questione è culturale: gli Stati Generali, esperienza inedita per l’amministrazione penitenziaria italiana, hanno dato prova che è possibile ripensare l’esecuzione penale nel rispetto del dettato costituzionale, passando da
un carcere immaginato a un carcere visibile" (Ferraro, 2013)

da "Gli Stati Generali dell'esecuzione penale: una lettura educativa", 2017, Alessandra Cesaro  


venerdì 13 gennaio 2017

TULLIO

Oggi siamo andati a trovare Tullio, un ex-detenuto che in passato ha avuto dei ricoveri per problematiche psichiatriche. Siamo stati molto contenti di trovarlo, in fondo, in salute. Siamo stati contenti di trovarlo sorridente. Lui ci ha confermato che stava bene. Unico rammarico, ha detto, aver dovuto troncare di botto la relazione sentimentale che portava avanti da anni con Claudia Schiffer

lunedì 26 dicembre 2016

CAPODANNO IN CARCERE



Capodanno.
Sdraiato sulla branda. Gli occhi fissi sul televisore spento.



(da "Galera, le ultime incisioni", di S. Ferraro)

mercoledì 20 aprile 2016

LINGUAGGI

LINGUAGGI
(Autolesionismo)

E bisogna, allora, parlare così. Con se stessi. Su se stessi. Assassinandosi.
Autolesionismo. Un nuovo linguaggio. Un modo nuovo per poter parlare… Col ferro ricavato da certi rasoi si finisce per protestare le proprie ragioni spendendo il proprio stomaco o le proprie braccia. E il sole la mattina racconta di queste nuove parole, segni secchi e profondi su braccia e ventri tatuati, coniate a mano dal silenzio e dalla disperazione sempre muta. Senza risposta. Senza più vita(da Radiobugliolo, 2002, di S. Ferraro)

Makram si era cucito le labbra. Con ago e filo. La sua bocca ora sembrava una cerniera di carne tenuta stretta da un'erba sottile. La voce gli usciva flebile, solo un indistinguibile mugugno, ma ora si faceva finalmente ascoltare. 
Molti anni prima, Giorgio aveva fatto qualcosa di simile. Si era inchiodato i testicoli su uno sgabello. Stessa ragione: farsi ascoltare.
In genere, il linguaggio che si usava in carcere per farsi ascoltare era meno eclatante: ci si tagliuzzava un braccio, si lacerava lo stomaco, si accoltellava la gola. Quasi sempre si utilizzava un rasoio ricavato da una scatoletta di tonno.
A parlare era poi il sangue che colava a caldi fiotti preceduti tutti da un veloce, impetuoso, zampillo e le orecchie del penitenziario finalmente si aprivano. Anche se per poco. Ma si aprivano.
Era un linguaggio partorito dal silenzio. Puro silenzio.
Ed era anche un silenzio totale a precedere quel gesto. Quasi sempre di notte: una voce secca, sicura, diceva: "Guardia venga alla cella numero 10!".
Significava che un detenuto voleva essere ascoltato. Sangue, odore di sangue e non solo.
Non finiva lì. Quello era un linguaggio perenne. Ogni giorno quell'esercito di silenziosi) era ben visibile agli occhi di ognuno.
Braccia, gambe, colli e ventri attraversati da solchi profondi, tagli di lametta, come strade irregolari. Un tempo, attraversati da rivoli abbondanti di sangue. Ora più simili a torrenti secchi. Quei tagli erano le loro parole, le sole possibili lì dentro. Per essere ascoltato. In carcere succedeva sempre così.
Le parole, quelle vere, erano finite, asciugate, morte.
E non uscivano più, da tanto tempo, da nessuna parte.

di S. Ferraro da "Galera, le ultime incisioni"



lunedì 11 aprile 2016

PALLE

"Burracchio" mi raccontò che da giovane era stato un guerriero Ninja.
Mi disse anche che era stato agente penitenziario nelle carceri del Venezuela, che sua moglie era Miss Italia edizione 1989 e che lui si era laureato in Legge "direttamente con Giulio Andreotti".
"Sperduto", invece, era stato fidanzato con Monica Bellucci, suo cugino era stato nientemeno che il costruttore del ponte che attualmente unisce Messina con Reggio Calabria e Vasco Rossi era da tempo suo intimo amico.
La barca del "Capitano" era lunga venti metri, la casa del "Malizia" era di 500 metri quadrati, "Febi" aveva un tesoro messo da parte, il "barese" era ricco sfondato coi soldi fatti vendendo scarpe sotto la metropolitana di Bucarest.
La forza del carcere era proprio questa: annullava la tua vera identità. In carcere ti potevi inventare quello che non eri e diventarlo davvero per giorni, mesi, anni.
Per molti era un regalo inaspettato. Potersi ricostruire una biografia,  una nuova vecchia esistenza, rendere il proprio passato più interessante e movimentato. Renderlo, soprattutto, ricco.
....anche per questo molti, una volta usciti di galera, desideravano ritornarci il più presto possibile

(di S. Ferraro, da "Galera, le ultime incisioni")




sabato 9 aprile 2016

LA PENA VISIBILE: ALCUNI GIUDIZI DEI LETTORI

Sto leggendo il tuo libro. lo trovo interessantissimo, ben scritto e soprattutto invita a guardare le cose da un altro punto di vista. merita il successo! oggi ne ho lette alcune pagine in classe. Tutti hanno apprezzato, anche quelli perplessi

(E. A.)


CIAO Salvatore, Il libro mi è sinceramente piaciuto e , ti dirò di più, mi ha convinto. Non ho mai creduto all'efficacia del carcere neanche quando ci lavoravo. Però mi hai chiarito alcune idee sulle logiche paradossali su cui si basa.

(A.B.)


Ciao Salvatore, ho letto il libro e devo dire che concordo pienamente su tutto quello che hai scritto a tal punto che se potessi ti nominerei MINISTRO della GIUSTIZIA seduta stante. 
p.s. l'hai scritto in maniera perfetta, capibile ed esaustiva. Veramente un opera degna di nota !!!

(D. M.)


Ciao Salvo... anche io ho una grande fortuna.... aver letto il tuo libro! Direi che è stato illuminante, molto impegnativo, ma molto molto illuminante
(C.M.)

Vera rivoluzione. Grande
(R. G.)

Caro Salvatore,
davvero tanti complimenti per il saggio.
Hai uno stile incredibilmente efficace che ti ha consentito di scrivere un'opera che riesce ad essere al tempo stesso "colta" e "divulgativa".
Nella prima parte, con una velocità ed una chiarezza disarmanti, riesci a demolire tutti i pregiudizi sulla inevitabilità del carcere. E lo fai talmente bene che, quando si apre la seconda parte, il lettore non può non condividere la soluzione da te proposta, o almeno rimanerne suggestionato.
Consentimi una riflessione personale: hai subito un'immane ingiustizia, ma non essendo tu "uno dei tanti" sei riuscito a dare un senso anche alla tua incredibile vicenda. Se fossi rimasto "prigioniero" del mediocre e conformista mondo accademico, non saremmo qui a parlare della pena visibile. Questo non è certamente il "lato positivo" della tua vicenda, ma è un insegnamento per tutti e ti fa davvero tanto onore.

Con immensa stima
(C. F.)


E' sidernese, l'autore letterario che ha sconvolto la mia visione sulla letteratura della segregazione e molto di più...
(F. C.)



mercoledì 9 aprile 2014

LA PENA VISIBILE: UN ANNO DI INCONTRI...






12 Aprile 2013  ROMA: PRIMA "SOCIALITA'" CARCERARIA DE LA PENA VISIBILE







21 APRILE 2013 - ROMA: SECONDA "SOCIALITA'" CARCERARIA AL TEATRO MANHATTAN DI ROMA





24 APRILE 2013 - ROMA: PRESENTAZIONE "LA PENA VISIBILE" ALLA DOMUS TALENTI DI ROMA






7 MAGGIO 2013 - ROMA: PRESENTAZIONE "LA PENA VISIBILE" ALLA LIBRERIA "ENOARCANO" DI ROMA




27 MAGGIO 2013 - ROMA: PRESENTAZIONE "LA PENA VISIBILE" ALLA DOMUS TALENTI DI ROMA


19 LUGLIO 2013 - POTENZA: PRESENTAZIONE "LA PENA VISIBILE" AL PALAZZO DELLA REGIONE



25 LUGLIO 2013 - GRECCIO (RI): "SOCIALITA'" CARCERARIA DE LA PENA VISIBILE

8 AGOSTO 2013 - RIETI: "SOCIALITA'" CARCERARIA SUL VELINO





18 AGOSTO 2013 - SIDERNO: PRESENTAZIONE "LA PENA VISIBILE" AL KUKUMERLA






22 NOVEMBRE 2013 - ROMA: PRESENTAZIONE "LA PENA VISIBILE" A CASAPOUND




29 NOVEMBRE 2013 - RIETI: PRESENTAZIONE "LA PENA VISIBILE" PRESSO LA CAMERA PENALE DI RIETI





7 MARZO 2014 - CAMPI BISENZIO (FI): PRESENTAZIONE "LA PENA VISIBILE" PRESSO LA SALA CONSILIARE










martedì 11 febbraio 2014

ORA ANCHE GLI ECONOMISTI CONFERMANO: E' MEGLIO UNA "PENA VISIBILE"


Leggi l'articolo


http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-11/il-carcere-chiuso-riduce-sicurezza-064138.shtml?uuid=ABpwfkv&p=2




La Pena Visibile, di Salvatore Ferraro, Rubbettino editore


La pena visibile è un progetto organico e articolato che mira a modellare un nuovo scenario esecutivo della pena: una sanzione finalmente allontanata dall’opacità delle mura carcerarie e trasportata fuori, nella società. La realizzazione di un’interazione in cui vengono coinvolti i vecchi protagonisti della pena ma stavolta con funzioni più “aperte”, visibili, attive e con la presenza di un nuovo soggetto: la società, i suoi spazi, le sue relazioni.
Una pena che si esprime “dentro” un consorzio sociale in grado di produrre meccanismi afflittivi più aggiornati, garantendo, al contempo, un sistema di controllo adeguato. Un modello di sanzione “visibile” che, grazie alla co-partecipazione sociale, responsabilizzi il reo e gli fornisca stimoli positivi che possano finalmente distoglierlo da propositi devianti e indirizzarlo consapevolmente verso la pratica costante e continuata di regole sociali condivise.

mercoledì 5 febbraio 2014

ANNO 2014: LA PENA VISIBILE

La pena visibile è un progetto organico e articolato che mira a modellare un nuovo scenario esecutivo della pena: una sanzione finalmente allontanata dall’opacità delle mura carcerarie e trasportata fuori, nella società. La realizzazione di un’interazione in cui vengono coinvolti i vecchi protagonisti della pena ma stavolta con funzioni più “aperte”, visibili, attive e con la presenza di un nuovo soggetto: la società, i suoi spazi, le sue relazioni.


Una pena che si esprime “dentro” un consorzio sociale in grado di produrre meccanismi afflittivi più aggiornati, garantendo, al contempo, un sistema di controllo adeguato. Un modello di sanzione “visibile” che, grazie alla co-partecipazione sociale, responsabilizzi il reo e gli fornisca stimoli positivi che possano finalmente distoglierlo da propositi devianti e indirizzarlo consapevolmente verso la pratica costante e continuata di regole sociali condivise.






La Pena Visibile (o della fine del carcere), di Salvatore Ferraro, Rubbettino Editore

venerdì 31 gennaio 2014

STATI UNITI: IL FUTURO DELLA SANZIONE E' UNA PENA FUORI DAL CARCERE E "PIU' VISIBILE"


da "THE NEW YORK TIMES", Bill Keller

IN recent years Americans have begun to wise up to the idea that our overstuffed prisons are a shameful waste of lives and money. Lawmakers have recoiled from the high price of mass incarceration (the annual per-inmate cost of prison approaches the tuition at a good college) and some have recognized that our prisons feed a pathological cycle of poverty, community dysfunction, crime and hopelessness. As crime rates have dropped, the public has registered support for reforms that would have fewer nonviolent offenders languishing in prison. For three years in a row, the population of America’s prisons has inched down; 13 states closed prisons last year. Efforts to fix the perpetual misery machine that is our criminal justice system have won support not only from progressives and academics but fromconservatives (both fiscal and evangelical), from enlightened law enforcement groups, from business and even from advocates for crime victims.
This emerging consensus is good news, since our prisons are an international scandal, and we can only hope the new attitude doesn’t evaporate with the next Willie Horton-style rampage or spike in the crime rate. But it raises an important question: What is the alternative? How do we punish and deter criminals, protect the public and — the thing prisons do most abysmally — improve the chances that those caught up in the criminal justice system emerge with some hope of productive lives?
That has become about the hottest subject in criminal justice, the focus of a profusion of experiments in states and localities, and of researchers trying to determine what works. California alone, which is under a Supreme Court mandate to relieve its inhumanely congested prisons, is offering counties $1 billion a year to try out remedies. A study released on Monday by the Urban Institute examined 17 states, red and blue, testing an approach called Justice Reinvestment — reducing prison costs and putting some of the savings into alternatives. Perhaps the most striking thing, said Nancy La Vigne, the principal investigator on the report, is the enthusiasm of law-and-order states that a few years ago might have shunned such programs as bleeding-heart liberalism.
In conversations with a wide range of criminal justice experts, I found several broad strategies that seem promising:
SENTENCING America has long been more inclined than other developed countries to treat crime as a disposal problem; “trail ’em, nail ’em and jail ’em,” is our tough-on-crime slogan. Beginning in the ‘70’s, rising crime rates, compounded by the crack epidemic and the public fear it aroused, set off a binge of punitive sentencing laws. Three-strikes, mandatory minimum sentences and requirements that felons serve a minimum portion (often 85 percent) of their sentence lengthened the time offenders — especially drug offenders, and especially black men — spent in lockup. Restoring common sense to sentencing is the obvious first step in downsizing prisons. New York rolled back its notorious Rockefeller drug laws, California has softened its three-strikes law and several other states have tinkered with rigid sentencing laws. But there is stiff resistance from prosecutors, who use the threat of long sentences to compel cooperation or plea deals. Reformers concede that those draconian laws have had a modest effect on the crime rate, but because of them we are paying to imprison criminals long past the time they present any danger to society. “Keeping a 60-year-old in prison until he’s 65 does close to zero for crime rates,” said Jeremy Travis, president of John Jay College of Criminal Justice. “If we’re really seeing something deep going on here, the proof will be whether legislators have the political will to roll back sentencing.”
SUPERVISION For every inmate in our state and federal prisons, another two people are under the supervision of probation or parole. Caseworkers are often poorly paid and usually overwhelmed. About all they can do is keep count of an offender’s violations until the system decides to kick that offender back to prison. A few jurisdictions have tried to make parole and probation less of a revolving door back to prison, with some encouraging results. They focus attention on offenders considered most likely to commit crimes. They send caseworkers out of the office and into the community. They use technology (ankle bracelets with GPS, A.T.M.-style check-in stations, Breathalyzer ignition locks to keep drinkers from driving) to enhance supervision. They employ a disciplinary approach called “swift and certain,” which responds promptly with a punishment for missing an interview or failing a drug test. The punishments start small, then escalate until the offender gets the message and changes his behavior — preferably before he has to be sent back to prison. Mark Kleiman, a U.C.L.A. public policy professor who is a champion of the technique, says, “It’s basically applying the principles of parenting to probation.”

DIVERSION Many jurisdictions now send drug offenders to special courts that divert nonviolent drug abusers to treatment instead of prison. Adam Gelb, director of the Public Safety Performance Project at the Pew Charitable Trusts, said more than 2,000 drug courts have been created. The popularity of drug courts has spawned other specialized venues — veterans’ courts, domestic violence courts — that aim to address problems rather than simply dispense punishment.


La Pena Visibile (o della fine del carcere), di Salvatore Ferraro, Rubbettino Editore




http://www.nytimes.com/2014/01/27/opinion/keller-america-on-probation.html?hp&rref=opinion&_r=1

mercoledì 18 dicembre 2013

CARCERE: SI LAVORA COI PICCOLI NUMERI E CON LE MICROSCOPICHE MANUTENZIONI TRALASCIANDO LA VERA "RISTRUTTURAZIONE"

Sulla questione carcere si tergiversa troppo. Si sistema qualche piccolo problema, se ne procrastina qualcun altro di più pesante e urgente. Si lavora coi piccoli numeri e con le microscopiche manutenzioni tralasciando la vera ristrutturazione che dovrebbe passare attraverso una drastica rilettura del modello punitivo in sé nonché da una sfrondata (con aggiornamento annesso) decisa al vetusto Codice Penale che da anni ormai parla a un consorzio sociale che non esiste più.
il Decreto varato ieri è, per carità, un razionale passettino in avanti sul terreno della "buona gestione" del problema del sovraffollamento, soddisfa l'esigenza di acquietare qualche animo, ha il pregio di non affermarsi attraverso una misura deflattiva come l'indulto che, in questo momento storico, si rivelerebbe disastrosa.
E' una misura che si giova della matematica: 30 giorni di scarcerazione anticipata in più, alzi di un anno il tetto per accedere all'affidamento in prova e...tremila reclusi sono fuori!
Matematica, appunto.Il diritto c'entra poco.
E', altresì, una misura che supporta, "sponsorizza", in maniera esasperata la misura detentiva "domiciliare" e sebbene, al momento, la stessa potrebbe rivelarsi utile per drenare un po' di umanità fuori dalle mura sottraendola alla tortura dell'infernale delle nostre prigioni  c'è un'inquietudine di fondo che tali scelte lasciano inevitabilmente trapelare: perché la scelta dei domiciliari? E' un "parcheggio provvisorio"?  E', al contrario, una scelta che lascia intravedere scenari futuri della sanzione
Ci sono ragioni forti per sottrarre ai "domiciliari" la valenza di "buona" sanzione (intendiamoci, qualsiasi sanzione diversa dal carcere è sempre più utile del carcere), ragioni che provo a esporvi qui sotto ripescandoli dalla mia recente pubblicazione presso l'editore Rubbettino "LA PENA VISIBILE

Gli arresti domiciliari? No, grazie!
Anche gli arresti (tecnicamente "detenzione") domiciliari hanno dimostrato, nel tempo, di essere una misura in grado di contenere il fenomeno della recidiva. Sono una sanzione dotata di una certa forza e, sul piano afflittivo, hanno spesso dimostrato peculiarità più incisive rispetto alla pena carceraria.Gli arresti domiciliari contengono, però, rispetto al carcere, delle positività importanti: permettono, per esempio, al reo la coltivazione degli affetti familiari, limitano l’interazione con ambienti «inquinati», realizzano una delle forme di auto-controllo più interessanti ed efficaci il cosiddetto meccanismo del reo carceriere di se stesso.Gli arresti domiciliari, però, soffrono di palesi limiti e controindicazioni dovuti, principalmente, alla natura prettamente «domestica» della misura. Condizione che finisce per riprodurre, in negativo, alcuni momenti della reclusione intramuraria. Infatti, gli arresti domiciliari:

a. non responsabilizzano;
Il reo è ristretto a casa propria. In questo modo gli vengono precluse tutte le attività responsabilizzanti. Così, dopo un po’ di tempo, la misura ricrea quello stato di convalescenza carcerario che è uno dei meccanismi più deresponsabilizzanti. Il reo «non può fare», egli è assistito (spesso, riverito) dal nucleo familiare. La condizione esclusivamente domestica nega al reo qualsiasi tipo di interazione attiva obbligandolo, di fatto, a non poter essere responsabile, a non progredire, molto più spesso a regredire.

b. Sono inerti e improduttivi;
La costrizione domestica, a lungo andare, abbrutisce. Essa si concretizza in una interminabile sequela di azioni identiche e ripetute che agevola l’inerzia e il torpore. L’assenza di attività vera rende questa misura improduttiva e sterile;

c. Vengono eseguiti in un ambiente troppo permissivo e non nuovo;

L’ambiente familiare, anche quello più sobrio e virtuoso (e non è sempre la regola) difficilmente potrà costituire per il reo un sistema di interazione che rinnova credenze e valori e sia in grado di comunicare riprovazione. L’ambiente familiare è un nucleo sociale troppo conosciuto che si pone, spesso, con remissività rispetto alle esigenze, agli stessi voleri del reo. Esso riproduce dinamiche e interazioni sociali ripetute, in qualche modo, usurate da un pregresso troppo consolidato: insufficiente quindi a modificare o condizionare in senso sostanziale le scelte future del reo.

d. Rendono difficile la pratica della regola positiva;
L’ambiente familiare, per le stesse difficoltà di cui sopra, ben difficilmente potrà instaurare una serie di relazioni e interazioni attive finalizzate alla pratica della regola positiva (da La Pena visibile, di Salvatore Ferraro, Rubbettino Editore, pagg. 101-102)

Ecco, ben venga questo decreto che, in quanto tale, si inserisce con tutta la sua provvisorietà e interlocutorietà tutta emergenziale a offrire una piccola ma significativa manutenzione all'obbrobrio  delle nostre prigioni.  Non cadiamo, però, nella trappola (anche in buona fede) di vedere in questi modelli degli scenari futuri auspicabili della sanzione penale. Il percorso da fare è tutt'altro...




da La Pena Visibile (o della fine del carcere), di Salvatore Ferraro, Rubbettino Editore

martedì 22 ottobre 2013

MA IL VERO PROBLEMA DEL CARCERE RESTA SEMPRE... IL CARCERE



Quando si parla di carcere  (chissà perché?) si pensa solo al problema del sovraffollamento. 
In tal senso, ognuno ha già pronta la sua ricetta: c'è chi è convinto, per esempio, che per risolvere il problema basterebbe costruire nuove carceri, chi, invece, sostiene che sarebbe sufficiente rispedire i tanti detenuti stranieri ai rispettivi Paesi di provenienza. I più dotti e raffinati denunciano, inorriditi, il degrado delle carceri di oggi considerandone le condizioni di vita inaccettabili per un Paese che voglia dirsi civile e auspicano, con eleganza, il concepimento imminente (!!!) di galere "più a misura d'uomo". 
C'è quello che si accorge che il codice penale che disciplina i nostri reati è addirittura del 1930 e che forse "parla" a un Paese che non c'è più. Chi guarda in faccia la realtà e sottolinea che sarebbe il caso depenalizzare i reati concernenti gli stupefacenti.

Posizioni, apparentemente diverse e discordanti, con un fortissimo e decisivo punto in comune: non riescono a rinunciare all'esistenza del carcere.

Il carcere è un prodotto culturale ormai superato, vetusto, "fuori dalla storia". Un prodotto che ci affanniamo a conservare, difendere, come una relazione sentimentale stanca, sfibrata ma che si ha paura di perdere.
Il carcere è dentro di noi. Siamo cresciuti con esso. Ci è stato insegnato che serve a proteggerci, a isolarci dal male...
Eppure, più di trecento anni fa, alcuni giovanotti dell'aristocrazia milanese (Tali Beccaria, Verri ecc.) compresero bene che ogni idea di punizione, ogni tecnica di punizione, ogni modello di sanzione è sottoposto a un'usura sociale e a un'evoluzione tecnico-giuridico. Forse fu per questo che essi propugnarono l'abolizione delle forche, degli squartamenti pubblici, dei patiboli e delle gogne. Idee nuove che sconvolsero l'opinione pubblica così assuefatta e rassicurata dalle pregresse, bestiali (per noi, oggi), forme punitive.
La magia fu una sola: lo fecero. Punto.
Il carcere, trecento anni fa, rappresentò l'avanguardia, la scelta illuminata. Un mezzo di contenzione che aboliva gli abomini delle torture e determinava l'essenza della punizione nella privazione completa della libertà. Quello che, allora, sembrava inimmaginabile fu immaginato e, di conseguenza, realizzato.
Un'idea, appunto.
Oggi il vero problema del carcere è il carcere dentro di noi, quello che ci impedisce di guardare "oltre" questa forma di sanzione che, ormai logora, dopo trecento anni di carriera, ha inevitabilmente manifestato tutti i suoi limiti, le sue contraddizioni, le sue perversioni. Un modello punitivo che sta "avvelenando" la Società con il suo gettito continuo di recidiva, di qualificazione criminale e regressione psico-fisica.
Sarebbe sufficiente fare poco: spostare il baricentro della sanzione dalla realtà tumulante della cella, dalla inerte e congelante contenzione della prigione, a modelli di sanzione "aperti", limitativi ma non totalmente soppressivi della libertà, dentro la società e non fuori....
Il "miracolo" che si chiede alla collettività e ai suoi rappresentanti, in fondo, è di lieve entità: cominciare a "liberarsi" dal carcere, da quell'ingombro interiore somministrato come medicina che cura "il male", da quel ormai consolidato fallimento del diritto di cui fra decine di anni rivedremo, con orrore, il vecchio film... e  provare una nuova idea, un nuovo progetto, un nuovo percorso.
Il momento di farlo è arrivato...

"Fra mezzo secolo si parlerà del carcere come noi oggi parliamo dei patiboli di una volta, delle catene e dei condannati squartati" (Alain Brossat)


La Pena Visibile, di Salvatore Ferraro, Rubbettino Editore

e ora anche in formato eBOOK
http://www.ebook.it/E/Rubbettino_Editore/Salvatore_Ferraro/Scienze_umane/ePub/La_pena_visibile.html