Visualizzazione post con etichetta prigione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta prigione. Mostra tutti i post

lunedì 28 agosto 2017

29 AGOSTO





Tanwir, il pakistano, aveva un animo puro e un cuore dolce.
Noi del reparto gli volevamo bene. Davvero.
Tanwir con gli occhi profondi, sofferenti, parlava sempre di sua moglie e di suo figlio lontani, della sua terra e di una postura yoga che la sua straordinaria magrezza gli consentiva di assumere.
Stava dentro per il cumulo di alcune "resistenze a pubblico ufficiale" divenute definitive e ingrassate a dismisura fino a una pena di quattro anni di reclusione. 
Resistenze...sì... durante alcune irruzioni notturne della polizia alla "Pantanella", un tempo glorioso pastificio romano poi degradato a rifugio di disperati clandestini.
Tanwir ci raccontava sempre di quella volta in cui "la luce  all'improvviso era sparita", della sua testa sfasciata, della copiosa colata di sangue.
Erano poi passati degli anni, Tanwir aveva trovato un lavoro regolare, busta paga, contributi in ordine ma poi... il processo (la sentenza definitiva) in contumacia. E adesso era qui con noi.
Tanwir era un credulone. Chiedeva sempre agli altri compagni come mai, (all'apertura delle celle per l'ora d'aria), d'avanti la mia cella si formassero file di detenuti con dei fogli in mano.
I compagni, prendendolo in giro, dicevano che ero il cappellano di reparto, l'unico in grado di poterlo aiutare a uscire di lì prima del 29 Agosto. Tanwir ci credeva.
Già, il 29 Agosto. Non una data qualsiasi. Un numero vitale per Tanwir, il giorno entro e non oltre il quale doveva assolutamente recuperare la libertà per poter sperare in un ricongiungimento familiare con la moglie e il figlio.
Quel 29 Agosto giocava il suo destino.
Era impossibile. Il tempo della prigione era bizzarro e irrispettoso delle esigenze dei più deboli.
Nonostante Tanwir avesse i requisiti legali per accedere a una misura alternativa, centrare la libertà entra quella data aveva bisogno di una carambola assurda, irregolare, spiazzante. E Tutto cospirava contro: l'estate, la lentezza dei Tribunali, la svogliatezza degli operatori a consegnare le relazioni, la casualità nella compilazione dei calendari d'udienza.  
Tanwir era spacciato.
Ma Tanwir ci credeva e veniva ogni giorno a trovarmi. Chiedeva, ascoltava, sperava.
In carcere si "giocava sempre di contenimento", si faceva scivolare il tempo, si alimentava qualche speranza lasciandola galleggiare o, addirittura, offrendola come certezza. Così si superavano le giornate e il dolore. Quasi sempre era una sconfitta. Ma una volta superato il giorno si aveva la sensazione di aver vinto sempre qualcosa.
Volevamo bene a Tanwir. Tutti. L'incredibile ingenuità con cui viveva la carcerazione, la straordinaria semplicità del suo linguaggio, la trasparenza con cui non mascherava la sua grande paura nello stare lì con noi aveva attratto su di sé un'attenzione e una benevolenza particolari. Soffocati nell'afoso bollore delle celle d'agosto, tutti noi attendevamo quel 29 Agosto facendo il tifo, sperando e disperandoci, provando a non fargli mancare nulla, incoraggiandolo.
Ogni mattina il suo sguardo profondo era come un sole nero che spuntava dall'oblò della mia cella. Io "come cappellano di reparto" potevo fare qualcosa per lui, intercedere, affrettare la decisione del giudice. Tanwir lo pensava davvero. Io facevo qualcosa per lui, anzi molto: gli parlavo. Gli davo tutte le parole che potevo. Tutte quelle che avevo. Tanwir recuperava il sorriso e sorridere, alla fine, significava sperare ancora.
Così, con altri tre compagni detenuti decidemmo di andare a parlare della situazione di Tanwir con Don Sandro, il cappellano vero. Leggenda voleva che Don Sandro in passato avesse fatto qualche "miracolo" del genere. Ma erano, appunto, leggende. Per di più carcerarie.
Don Sandro ci ascoltò, annuì, disse qualcosa con garbo: giocò, appunto, di contenimento. Anche quel breve dialogo era un piccolo tassello dell'ordinario mosaico di spendita del tempo della prigione. Don Sandro ci congedò con un sorriso.

Il silenzio. Era il silenzio in carcere a preannunciare gli avvenimenti più significativi, più tragici. Quel mattino, quasi l'alba, era Silenzio, puro e lungo silenzio. Poi il grattare di una scopa. Il pantalone color marrone di un detenuto "lavorante". La scopa che batté due volte sul portello della mia cella: notizia in arrivo. Mi alzai dal letto e mi spalmai sulla grata. Il lavorante mi guardò.
"Hai saputo?...Tanwir ce l'ha fatta...esce oggi!".
All'improvviso, il chiarore, la gioia. Il reparto incassò la splendida novità traducendolo in un mugugno infinito poi un applauso scrosciante poi ancora il canto sguaiato di urla isolate, singole improvvisazioni di giubilo. Tanwir usciva. Il 29 Agosto ce l'avrebbe fatta a unire la sua famiglia. Eravamo felici, felici davvero. Non era la solita felicità da carcerato, piena di rancore e senso di rivalsa. Era qualcosa di caldo e familiare. Come la nascita di un bambino. Come la condivisione di cibo buono. Alcuni detenuti "lavoranti" raggiunsero la cella di Tanwir. Lo aiutarono a prepararsi. Altri, tirarono fuori le sigarette, tutte quelle che c'avevano.
Tanwir tremava, come una foglia. Tremava e piangeva, stordito. Le sue gambe rischiavano di cedere.
E iniziò il rito di liberazione: Tanwir in fondo al reparto, con addosso la sua camicia più nuova, da festa pakistana. Il suo passo incerto, le lacrime di gioia e stordimento. I suoi ricci offuscati da abbracci e pacche. La "zampogna" riempita di regali e ricordi carcerari. Abbracciò tutti. Tutti l'abbracciarono.
Raggiunse la mia cella. Mi prese tutte e due le mani. Le strinse forte. Il suo volto era una pioggia battente di lacrime: gioia e incredulità. Nei mesi precedenti, gli avevo donato tutte le parole che potevo. Tutte quelle che avevo. Tanwir ora ricambiava. Con qualcosa di più grande
La sua libertà, per una volta, era anche la mia.

(di S. Ferraro, da "Galera, le ultime incisioni")












lunedì 26 dicembre 2016

CAPODANNO IN CARCERE



Capodanno.
Sdraiato sulla branda. Gli occhi fissi sul televisore spento.



(da "Galera, le ultime incisioni", di S. Ferraro)

giovedì 19 maggio 2016

INNOCENTI



In carcere tutti si proclamavano innocenti.
Non era uno scherzo, non era un bluff.
Era un serio straripamento psicologico. Uno scherzo della mente determinato dalla segregazione e dalle inevitabili vessazioni che la persona tumulata in cella finiva per subire. Tutto sembrava ingiusto, sproporzionato. L'autore del reato resettava la sua responsabilità, la sostituiva con gli abusi e le illegalità che la galera quotidianamente gli somministrava.
In carcere si ricreava la propria innocenza anche, anzi soprattutto, da colpevoli.

Olivier, il ghanese, invece, era  innocente davvero. Così, almeno, ripeteva a più riprese. Lo faceva già la mattina presto, all'apertura delle celle per il passeggio mattutino, con i suoi semprepresenti cinque fogli giudiziari sulla mano destra: Olivier fermava tutti i compagni di detenzione, gli agenti, gli infermieri, i volontari, fermava tutti. Implorava attenzione.
Dava fastidio.
L'innocenza è sempre fastidiosa. Soprattutto in un carcere.
Olivier Veniva spesso anche da me, puntualmente durante il passeggio di mattina e non avevo tanta voglia di ascoltarlo.
Fino a quel giorno avevo aiutato chi avevo potuto. Scrivere in giuridichese, preparare un ricorso, una richiesta di affidamento in prova, un permesso. Lo facevo sempre volentieri: tutta roba per chi poteva aspettare mesi, anni.
Olivier, no. Aveva fretta. Era innocente da subito. I suoi occhi strabuzzati reclamavano il sacrosanto diritto di uscire. E prima possibile.
L'ingranaggio giustizia, però, non funzionava così.
Il  sistema giustizia era un meccanismo spietato, onnivoro, il cui fine era quello di portare dei risultati "a bilancio" e nient'altro. Non potevi avere fretta. Non potevi avere ragione. Erano gli altri a dover decidere per te.
Nel suo italiano malconcio, Olivier riusciva a dirmi sempre e solo due cose: "Sono innocente".  Troppo poco. I cinque, striminziti, foglietti che teneva sempre in mano altro non erano che l'ordine di carcerazione e una breve istanza fatta dal suo legale. Troppo poco anche questo.
Però insisteva, giorno dopo giorno, alla stessa ora, con la stessa modalità: sempre quella sbagliata.
Quella mattina, però, fu diverso. Lo vidi correre verso di me con una luce ficcante negli occhi. Anche il foglio che teneva in mano era diverso: non il solito fogliaccio bianco-sporco partorito da scialbi studi legali o oscene cancellerie di tribunale ma un piccolo rettangolo verde-smeraldo sbiadito, qualcosa di più vivo che veniva dal mondo di fuori: un telegramma.
Me lo mise in mano. Mi chiese di leggerglielo. Lo feci.
"Caro Olivier, faremo di tutto per dimostrare la tua innocenza. Intanto, però, mantieni la calma. Sappi soprattutto questo: qualsiasi cosa accada, noi ti staremo vicino. Non preoccuparti per il tuo posto di lavoro, GIURO che te lo conserverò fino al tuo rientro qui a Vicenza.
Era incredibile. A scrivere quelle cose non era sua moglie, la sua famiglia, gli amici.
Era il suo datore di lavoro.
Un piccolo imprenditore del Nord-est,  Vicenza per la precisione. Un imprenditore del Nord-est di quelli che il pregiudizio di allora ti faceva immaginare come insensibili, razzisti, legati al profitto e pronti a cambiare e sostituire il proprio operaio "negro" come una figurina qualsiasi.
Non preoccuparti per il tuo posto di lavoro, GIURO che te lo conserverò fino al tuo rientro qui a Vicenza
Quelle parole mi fecero tornare alla realtà. Mi svegliarono. Furono come un'esplosione.  Il tunnel della rassegnazione si frantumò (sbriciolò). La mia assuefazione al carcere, alle procedure, a una visione sconfitta e preconfezionata del sistema giudiziario si disintegrò.
Il tutto maturò e si consumò nei successivi tre giorni. La breve istanza fatta dal suo legale conteneva un'unica richiesta: analizzare le impronte digitali di Olivier e compararle con quelle del "fermato" e poi definitivamente condannato  che, al momento del primo arresto, aveva utilizzato un documento falso recante lo stesso nome e cognome di Olivier.
Era così chiaro. Doveva esserlo già dall'inizio. Lo si capiva solo adesso. Due giorni dopo Olivier fu scarcerato. Se ne tornava a lavoro nella sua Vicenza, dal suo straordinario datore di lavoro. Volle salutarmi, farmi gli auguri.
Ogni tanto gli innocenti uscivano di galera.
Capitava.

(scritto da S. Ferraro, da "Galera, le ultime incisioni)




mercoledì 20 aprile 2016

LINGUAGGI

LINGUAGGI
(Autolesionismo)

E bisogna, allora, parlare così. Con se stessi. Su se stessi. Assassinandosi.
Autolesionismo. Un nuovo linguaggio. Un modo nuovo per poter parlare… Col ferro ricavato da certi rasoi si finisce per protestare le proprie ragioni spendendo il proprio stomaco o le proprie braccia. E il sole la mattina racconta di queste nuove parole, segni secchi e profondi su braccia e ventri tatuati, coniate a mano dal silenzio e dalla disperazione sempre muta. Senza risposta. Senza più vita(da Radiobugliolo, 2002, di S. Ferraro)

Makram si era cucito le labbra. Con ago e filo. La sua bocca ora sembrava una cerniera di carne tenuta stretta da un'erba sottile. La voce gli usciva flebile, solo un indistinguibile mugugno, ma ora si faceva finalmente ascoltare. 
Molti anni prima, Giorgio aveva fatto qualcosa di simile. Si era inchiodato i testicoli su uno sgabello. Stessa ragione: farsi ascoltare.
In genere, il linguaggio che si usava in carcere per farsi ascoltare era meno eclatante: ci si tagliuzzava un braccio, si lacerava lo stomaco, si accoltellava la gola. Quasi sempre si utilizzava un rasoio ricavato da una scatoletta di tonno.
A parlare era poi il sangue che colava a caldi fiotti preceduti tutti da un veloce, impetuoso, zampillo e le orecchie del penitenziario finalmente si aprivano. Anche se per poco. Ma si aprivano.
Era un linguaggio partorito dal silenzio. Puro silenzio.
Ed era anche un silenzio totale a precedere quel gesto. Quasi sempre di notte: una voce secca, sicura, diceva: "Guardia venga alla cella numero 10!".
Significava che un detenuto voleva essere ascoltato. Sangue, odore di sangue e non solo.
Non finiva lì. Quello era un linguaggio perenne. Ogni giorno quell'esercito di silenziosi) era ben visibile agli occhi di ognuno.
Braccia, gambe, colli e ventri attraversati da solchi profondi, tagli di lametta, come strade irregolari. Un tempo, attraversati da rivoli abbondanti di sangue. Ora più simili a torrenti secchi. Quei tagli erano le loro parole, le sole possibili lì dentro. Per essere ascoltato. In carcere succedeva sempre così.
Le parole, quelle vere, erano finite, asciugate, morte.
E non uscivano più, da tanto tempo, da nessuna parte.

di S. Ferraro da "Galera, le ultime incisioni"



venerdì 7 agosto 2015

CALLE LUNA CALLE SOL




Raggiunsi l'apice del degrado della mia carcerazione un giorno d'estate.
Era Agosto, il mese del silenzio e della morte. Almeno in carcere.
Tutti scappavano ad agosto: i medici, i volontari, gli educatori, gli psicologi. La sorveglianza era dimezzata, le celle, al contrario, si riempivano.
Ad Agosto, la società di fuori approfittava delle vacanze per ripulire le strade da alcolizzati, barboni, clandestini, ladruncoli, zingari. Tutti venivano stipati nelle celle che divenivano un ammasso di caldo e sudore.
Quella mattina mi ero svegliato con una sensazione sgradevole addosso, mal di testa, stanchezza, stordimento da stress e nausea.
Intorno c'era cattivo odore,  l'odore di pelle umana sporca uccideva l'aria. L'acqua del rubinetto era di un caldo imbevibile. E non si respirava.
I giri di chiavi, il metallo battuto nelle grate, le porte che si aprivano, il vociare sbiadito mi ricordavano che era l'ora del passeggio.
Ma chi voleva uscire?
Mezzo reparto si era allagato: tubo rotto. E l'acqua che ne era uscita era divenuta ormai stagnante e puzzolente. Stavamo in una gabbia di caldo con l'odore di sporco.
E poi quella canzone: Calle Luna Calle Sol. Sparata nell'aria da un esercito di televisori accesi coi volti dei detenuti nuovi, i detenuti di agosto, a offrirmi il tragico ritratto della povertà.
Era tutto indigeribile.
Stavolta non c'era ironia, non c'era rabbia, non c'era cattiveria, non c'era speranza in quelle facce.
C'era solo povertà. Povertà vera.
E il sole era cattivo, l'acqua era tossica e la musica irrideva quella scena.

Ho ancora i brividi sulla pelle.

(di S.Ferraro, da Galera, le ultime incisioni)


mercoledì 5 febbraio 2014

ANNO 2014: LA PENA VISIBILE

La pena visibile è un progetto organico e articolato che mira a modellare un nuovo scenario esecutivo della pena: una sanzione finalmente allontanata dall’opacità delle mura carcerarie e trasportata fuori, nella società. La realizzazione di un’interazione in cui vengono coinvolti i vecchi protagonisti della pena ma stavolta con funzioni più “aperte”, visibili, attive e con la presenza di un nuovo soggetto: la società, i suoi spazi, le sue relazioni.


Una pena che si esprime “dentro” un consorzio sociale in grado di produrre meccanismi afflittivi più aggiornati, garantendo, al contempo, un sistema di controllo adeguato. Un modello di sanzione “visibile” che, grazie alla co-partecipazione sociale, responsabilizzi il reo e gli fornisca stimoli positivi che possano finalmente distoglierlo da propositi devianti e indirizzarlo consapevolmente verso la pratica costante e continuata di regole sociali condivise.






La Pena Visibile (o della fine del carcere), di Salvatore Ferraro, Rubbettino Editore

lunedì 27 gennaio 2014

LA PENA CARCERARIA E "IL SISTEMA VESSATORIO PARALLELO"

Il reo in carcere: da aguzzino a vittima

Un magistrato: Questo carcere… è innocentista… produce deresponsabilizzazione
e rimozione del senso di colpa (Maisto 2011, p. 177)

Un detenuto: La ragione per cui le persone sono state portate in galera diventa
irrilevante esattamente due minuti dopo il loro ingresso… lì si cancella quasi
la ragione che li ha portati lì (Sofri 2011, p. 250)

Il reo entra in carcere per rispondere personalmente di un
determinato reato commesso (o giudicato come tale).
Egli è, in quel preciso istante, consapevole di dover pagare
qualcosa alla società per quel reato, attraverso una pena che
prevede questo unico contenuto afflittivo: la perdita della libertà
Al momento del suo ingresso in carcere, il reo è, pertanto,
consapevole che dovrà scontare la propria pena trascorrendo un
periodo di tempo, breve o lungo, rinchiuso in una cella. E basta.
E, in definitiva, suo malgrado, lo accetta.
Quello che il reo detenuto in quel momento, invece, non sa,
non prevede o non considera è che il suo ingresso in carcere metterà
in gioco altre e più complesse dinamiche che andranno ben oltre
l’equazione: reato commesso/perdita della libertà. Tali dinamiche
sfuggiranno non solo alla sua comprensione ma addirittura alla
previsione dello stesso diritto e alla volontà dell’amministrazione
penitenziaria.
Come vedremo, saranno proprio tali variabili a dare luogo a
quell’inesorabile percorso di offuscamento di questa equazione
che farà tramutare gradualmente la percezione di sé del reo e della
propria responsabilità.

Il sistema vessatorio parallelo
Una volta varcata la soglia del carcere, il detenuto diviene proprietà
esclusiva dell’istituzione carceraria.
Suo adesso il compito di gestire questa proprietà, la presa di
possesso sulla libertà del reo e, più concretamente, sul suo corpo.
Ma sorvegliare e punire un reo è un’attività difficile, dispendiosa,
complessa.
Il carcere è controllo coordinato, è limitazione organizzata.
È, soprattutto, una grande macchina burocratica: gestire la
perdita della libertà del reo presuppone un continuo e quotidiano
operato da parte di poliziotti penitenziari, personale educativo,
protocolli, ecc.
Il tutto con strumenti e mezzi, in parte, flebilmente regolamentati
e, in parte, a causa della complessità strutturale e sociale del
carcere, demandati necessariamente alla discrezionalità dell’amministrazione
penitenziaria.
Questi strumenti e questi metodi di gestione della pena sono
fondati su una profonda e strategica ragion d’essere, in molti casi
anche di immediata comprensione.
Ma, vedremo, come il loro reiterato e indiscriminato utilizzo,
la loro ritualizzazione, durante l’esecuzione, daranno luogo a un
fenomeno particolare: Essi perderanno via via la loro natura eccezionale,
parziale e preventiva per divenire aspetti istituzionalizzati
e interni della sanzione: insomma, suoi fattori costitutivi.
Essi gradualmente creeranno un vero e proprio «sistema vessatorio
parallelo» alla pena principale, un complesso di atti e situazioni che
si insinuerà nel percorso carcerario del reo, sostituendosi alla sanzione
principale e divenendo il contenuto afflittivo più evidente e immediato
di tutto il percorso sanzionatorio. La privazione della libertà diverrà,
via via, un contenuto più affievolito, secondario. Un meccanismo non
previsto (se non addirittura vietato) dal diritto e, soprattutto, non compreso
e, quindi, gradualmente percepito dal detenuto come ingiusto.
Tale meccanismo afflittivo suppletivo e «alternativo» della pena
è foriero di conseguenze, particolarmente gravi e controproducenti
per il reo detenuto, sul piano della percezione della sanzione e del
senso di responsabilità.
Un direttore del carcere: L’atteggiamento vessatorio rischia di diventare la modalità
di comunicazione e di gestione del carcere (Castellano-Stasio 2009, p. 75)
Il sistema vessatorio parallelo attua un processo di conversione
della misura da mezzo di controllo e gestione in pena aggiuntiva e
ingiustificata che è destinata a modificare il reale contenuto afflittivo
della pena, svuotandolo altresì di giuridicità.
Buona parte dell’attività intramuraria si tradurrà, così, in una
quotidiana, spesso inconsapevole, sequela di vessazioni «normativamente
non pattuite» e incontrollate: afflizioni prive di relazione
sostanziale con quel rapporto di causa/effetto (delitto/perdita
della libertà) e quindi recepite dal detenuto come ingiuste.
Tali vessazioni rappresenteranno l’inizio di quel mutamento
di percezione del reo «di se stesso e della sua responsabilità» che
lo investirà di lì a qualche mese.

Un medico penitenziario: La pena rilevante è la privazione della libertà…
qualunque patimento ulteriore non ha senso, scopo e giustificazione (Ceraudo
1999, p. 88)

Ma procediamo con ordine…
Ecco un’elencazione di alcuni strumenti di controllo o di gestione
della detenzione regolarmente utilizzati in carcere:
1. denudazione e ispezione anale del reo al momento del suo
ingresso in carcere;
2. alterazione sensoriale dovuta a battitura di grate e blindati;
3. perquisizione «locale»;
4. ingiustificata estensione del contenuto afflittivo della pena anche
ai familiari del detenuto;

5. cancellazione del diritto e di un’idea di legalità «vincente».

da La Pena Visibile (o della fine del carcere), di Salvatore Ferraro, pagg.30-32

continua su..


mercoledì 15 gennaio 2014

E I DETENUTI DEL CARCERE DI PAOLA METTONO IN SCENA "LA PENA VISIBILE"

(diretti dall'attore Lele Nucera che ha adattato il testo)

In occasione di una tombolata organizzata all'interno della Casa Circondariale di Paola dalle volontarie del Centro Socio- culturale "P.G. Frassati", cinque detenuti hanno portato in scena uno dei cinque atti di una rappresentazione teatrale ideata, scritta, creata e diretta dall'attore sidernese Lele Nucera, tratta dal libro di Salvatore Ferraro " La pena visibile o della fine del carcere". Lele, che ha interpretato un giovane educatore di ampie vedute con un'idea del carcere e della sanzione penale differente da quella che attualmente vige, è stato affiancato da altri quattro compagni detenuti che si sono improvvisati attori per un giorno. Insieme a lui Filippo D'Aprile nelle vesti del direttore, Giuseppe Caccamo ha interpretato un tossico dipendente, Mihai Patrascu uno spacciatore e angelo Aquino un cantastorie. Lo spettacolo è stato preparato in un paio di settimane sfruttando le ore di socialità in una saletta adibita alla lettura, ripassando la parte nelle ore d'aria tra una passeggiata e l'altra. Tutti i detenuti presenti al teatro hanno apprezzato il tema trattato, mostrandosi entusiasti e seguendo attentamente lo spettacolo che, pur avendo come tema un argomento drammatico e di attualità, è stato interpretato in chiave sarcastica. Attraverso battute ironiche è stata mostrata la vera, nuda e cruda realtà carceraria ad emergere. Molti i consensi, gli applausi, le risate e i complimenti che gli "attori per un giorno" hanno ricevuto dalla platea. Si spera che in un periodo delicato come quello che oggi stanno vivendo i detenuti, questo primo atto portato in scena, sia l'inizio di un progetto che Lele Nucera ha da tempo in mente ed è desideroso di realizzare. Oggi sta andando avanti e si sta concretizzando anche e soprattutto grazie all'aiuto, al sostegno e alla fiducia che la responsabile volontaria ha posto nei suoi confronti. L'attore sidernese è dal suo primo ingresso in carcere che nutre il desiderio di utilizzare il suo tempo in modo costruttivo per se e per gli altri e questo per lui è un piccolo passo, una luce di speranza. Lele ci scrive un suo pensiero parafrasando Ascanio Celestini, autore del libro "Pro Patria" : «Mi viene in mente una frase presente nel libro di Celestini e che oggi condivido pienamente "solo i migliori dovrebbero andare in carcere, perché per un intellettuale la galera è opportunità e gli ignoranti non dovrebbero avere il permesso di essere reclusi. Stavo chiuso in cella ventidue ore al giorno e visto che non potevo lavorare con le mani, ho fatto lavorare il cervello. Mi sono messo a leggere." «Questa è una frase che oggi mi rappresenta, mi dà fiducia, perché la cultura ti può rendere libero.», conclude Lele Nucera -






mercoledì 18 dicembre 2013

CARCERE: SI LAVORA COI PICCOLI NUMERI E CON LE MICROSCOPICHE MANUTENZIONI TRALASCIANDO LA VERA "RISTRUTTURAZIONE"

Sulla questione carcere si tergiversa troppo. Si sistema qualche piccolo problema, se ne procrastina qualcun altro di più pesante e urgente. Si lavora coi piccoli numeri e con le microscopiche manutenzioni tralasciando la vera ristrutturazione che dovrebbe passare attraverso una drastica rilettura del modello punitivo in sé nonché da una sfrondata (con aggiornamento annesso) decisa al vetusto Codice Penale che da anni ormai parla a un consorzio sociale che non esiste più.
il Decreto varato ieri è, per carità, un razionale passettino in avanti sul terreno della "buona gestione" del problema del sovraffollamento, soddisfa l'esigenza di acquietare qualche animo, ha il pregio di non affermarsi attraverso una misura deflattiva come l'indulto che, in questo momento storico, si rivelerebbe disastrosa.
E' una misura che si giova della matematica: 30 giorni di scarcerazione anticipata in più, alzi di un anno il tetto per accedere all'affidamento in prova e...tremila reclusi sono fuori!
Matematica, appunto.Il diritto c'entra poco.
E', altresì, una misura che supporta, "sponsorizza", in maniera esasperata la misura detentiva "domiciliare" e sebbene, al momento, la stessa potrebbe rivelarsi utile per drenare un po' di umanità fuori dalle mura sottraendola alla tortura dell'infernale delle nostre prigioni  c'è un'inquietudine di fondo che tali scelte lasciano inevitabilmente trapelare: perché la scelta dei domiciliari? E' un "parcheggio provvisorio"?  E', al contrario, una scelta che lascia intravedere scenari futuri della sanzione
Ci sono ragioni forti per sottrarre ai "domiciliari" la valenza di "buona" sanzione (intendiamoci, qualsiasi sanzione diversa dal carcere è sempre più utile del carcere), ragioni che provo a esporvi qui sotto ripescandoli dalla mia recente pubblicazione presso l'editore Rubbettino "LA PENA VISIBILE

Gli arresti domiciliari? No, grazie!
Anche gli arresti (tecnicamente "detenzione") domiciliari hanno dimostrato, nel tempo, di essere una misura in grado di contenere il fenomeno della recidiva. Sono una sanzione dotata di una certa forza e, sul piano afflittivo, hanno spesso dimostrato peculiarità più incisive rispetto alla pena carceraria.Gli arresti domiciliari contengono, però, rispetto al carcere, delle positività importanti: permettono, per esempio, al reo la coltivazione degli affetti familiari, limitano l’interazione con ambienti «inquinati», realizzano una delle forme di auto-controllo più interessanti ed efficaci il cosiddetto meccanismo del reo carceriere di se stesso.Gli arresti domiciliari, però, soffrono di palesi limiti e controindicazioni dovuti, principalmente, alla natura prettamente «domestica» della misura. Condizione che finisce per riprodurre, in negativo, alcuni momenti della reclusione intramuraria. Infatti, gli arresti domiciliari:

a. non responsabilizzano;
Il reo è ristretto a casa propria. In questo modo gli vengono precluse tutte le attività responsabilizzanti. Così, dopo un po’ di tempo, la misura ricrea quello stato di convalescenza carcerario che è uno dei meccanismi più deresponsabilizzanti. Il reo «non può fare», egli è assistito (spesso, riverito) dal nucleo familiare. La condizione esclusivamente domestica nega al reo qualsiasi tipo di interazione attiva obbligandolo, di fatto, a non poter essere responsabile, a non progredire, molto più spesso a regredire.

b. Sono inerti e improduttivi;
La costrizione domestica, a lungo andare, abbrutisce. Essa si concretizza in una interminabile sequela di azioni identiche e ripetute che agevola l’inerzia e il torpore. L’assenza di attività vera rende questa misura improduttiva e sterile;

c. Vengono eseguiti in un ambiente troppo permissivo e non nuovo;

L’ambiente familiare, anche quello più sobrio e virtuoso (e non è sempre la regola) difficilmente potrà costituire per il reo un sistema di interazione che rinnova credenze e valori e sia in grado di comunicare riprovazione. L’ambiente familiare è un nucleo sociale troppo conosciuto che si pone, spesso, con remissività rispetto alle esigenze, agli stessi voleri del reo. Esso riproduce dinamiche e interazioni sociali ripetute, in qualche modo, usurate da un pregresso troppo consolidato: insufficiente quindi a modificare o condizionare in senso sostanziale le scelte future del reo.

d. Rendono difficile la pratica della regola positiva;
L’ambiente familiare, per le stesse difficoltà di cui sopra, ben difficilmente potrà instaurare una serie di relazioni e interazioni attive finalizzate alla pratica della regola positiva (da La Pena visibile, di Salvatore Ferraro, Rubbettino Editore, pagg. 101-102)

Ecco, ben venga questo decreto che, in quanto tale, si inserisce con tutta la sua provvisorietà e interlocutorietà tutta emergenziale a offrire una piccola ma significativa manutenzione all'obbrobrio  delle nostre prigioni.  Non cadiamo, però, nella trappola (anche in buona fede) di vedere in questi modelli degli scenari futuri auspicabili della sanzione penale. Il percorso da fare è tutt'altro...




da La Pena Visibile (o della fine del carcere), di Salvatore Ferraro, Rubbettino Editore