La polizia penitenziaria è forse la professionalità che, in quasi
trecento anni di storia della pena intramuraria, ha più di tutti
sperimentato sulla propria pelle le beffarde dinamiche della pena
tradizionale. Questa figura è rimasta esposta agli aspetti più duri,
degradanti, conflittuali delle interazioni carcerarie: l’opacità e
brutalità dei reparti, il degrado della vita reclusa, l’interazione, a
volte conflittuale a volte semplicemente assistenziale, col detenuto.
"Autorità e finzione. La commedia va in scena quotidianamente
secondo un copione collaudato in cui carcerieri e carcerati interpretano
la parte, rispettivamente, del potere sovrano e del suddito"
"Il detenuto chiede incessantemente al poliziotto; il
poliziotto chiede incessantemente al superiore. E la «domandina» li accomuna
tutti nella ritualità del chiedere. Ma è più di un rapporto simbiotico. Autorità,
obbedienza, punizione, omertà sono particelle galeotte di un’osmosi secolare
tra carcerieri e carcerati, che condanna il carcere all’immobilismo"
Lucia Castellano - direttore carcere
Nella divisa dell’agente di custodia si sono condensate quotidianamente
(e per quotidiano si intende sia di giorno che di notte)
professionalità diverse, spesso, antitetiche: il carceriere, lo psicologo,
il militare, l’educatore, a volte anche il medico. Senza che
l’agente avesse la misura giusta per indossarne gli abiti.
L’agente spesso si è trovato solo. Altre volte ha ecceduto nell’esercizio
del proprio potere. In linea di massima, ha vissuto il suo
ruolo nella sgradevole sensazione di rappresentare un avamposto
di «diritto sospeso» dove solo la perizia e l’esperienza hanno veicolato
la scelta giusta e «salvifica»; o dove, invece, la tensione, la
stanchezza e l’abbrutimento creati o comunque favoriti dal contesto
intramurario hanno generato sacche di violenza e illegalità.
Quello messo in scena dal carcere in questi trecento anni è stato
un brutale film di tensione, fatto di frizioni, sconforto, isolamento
e sprazzi d’umanità che ha come protagonisti detenuti e agenti.
La società non ha coscienza di questo complesso rapporto tra
sorveglianza e sorvegliato; ne trova traccia giusto in qualche stralcio
di atto processuale o processo archiviato.
I detenuti dentro i reparti, a volte si suicidano. Anche gli agenti,
non di rado, lo fanno.
"Tanti poliziotti non ce la fanno a reggere tutto questo.
Si impiccano, proprio come i detenuti, o si sparano un colpo di pistola in bocca"
Lucia Castellano - direttore carcere
Ma nessuno potrà mai vedere. Anche le interazioni tra questi
due protagonisti della scena carceraria sono recluse. Sono un
rapporto, un dialogo, un’interazione diretta, ravvicinata, chiusi nel
buio di un reparto che esclude tutto il resto.
L’esclusività, la chiusura, l’opacità di questo rapporto deve terminare.
È tempo che «sorvegliare e punire» sia fatto sotto il sole.
(da LA PENA VISIBILE, di Salvatore Ferraro, pagg. 94-95, Rubbettino Editore)
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lunedì 8 aprile 2013
venerdì 5 aprile 2013
AUTOLESIONISMO IN CARCERE: I "TAGLI" DI CUI NESSUNO PARLA
I numeri sono
impressionanti: solo nel 2012 si sono consumati ben 7317 atti di
autolesionismo, 1.023 ferimenti, 1308 i suicidi tentati, 58 quelli riusciti. E
non solo fra i detenuti. Almeno cinque poliziotti penitenziari ogni anno
sfuggono dalla loro reclusione senza fine pena suicidandosi. Questo bollettino
di guerra pubblicato ieri dal Quotidiano della Calabria è l'ennesimo, puntuale,
conto presentato dal Carcere allo Stato Italiano. Un conto che ci si rifiuta
ancora di prendere nella dovuta considerazione ma che anche eludendolo, o forse
proprio per questa ragione, finisce lo stesso per riverberarsi ogni anno con la
stessa disumana casistica.
Ma perché succede tutto questo?
Chi ha varcato qualche volta la soglia di un carcere (magari
da volontario, da avvocato, da parlamentare, o semplicemente da detenuto) non ha potuto fare a meno di intravvedere nelle
braccia di tanti detenuti, sui loro stomaci, sotto il collo, quei solchi
cutanei profondi rinsecchiti dal tempo, vecchio o più recente ricordo di un
atto autolesionista.
Un'immagine cruda, pietosa, un'istantanea congelata di
regressione umana. Ebbene, quei tagli non sono semplici tagli ma rappresentano
altro: un vero e propri linguaggio. Il linguaggio della detenzione. L'unico, di
fatto, concesso a un detenuto per
comunicare in carcere le proprie ragioni, i propri bisogni.
"Sgarrarsi" un braccio, lacerarsi lo stomaco o il collo "con la
capocchia" di una scatola di tonno" rappresenta L'unico modo per
attirare e ricevere la dovuta attenzione dall'amministrazione penitenziaria.
Non è certo "colpa" dei poliziotti penitenziari i
quali, al contrario, in molte occasioni si sono adoperati per scongiurare tali
pratiche degradanti e in più di un'occasione hanno salvato la vita a detenuti
distogliendoli da propositi suicidi. Però è un fatto consolidato che l'attuale
modo di gestire la sanzione penale, col carcere, col freddo isolamento,
l'inerzia, la passività, il costante abbandono in ambienti degradati, promiscui
e sovraffollati, il "taglio" netto
del reo col resto della società non può che condurre a questa
inevitabile conseguenza: la sua regressione, la sua degradazione.
UNA PROPOSTA
giovedì 4 aprile 2013
L'ARRIVO DELLA POSTA
I passi dell'agente addetto alla
consegna della posta sembrano terribilmente lenti. Cresce l'eccitazione. Le
chiavi battono sui suoi pantaloni. Le lettere sono poche. Giusto una manciata.
Poche lettere da dividere tra più di cinquanta persone. L'agente si ferma
davanti a un blindato. Il minuscolo volto del detenuto sporge i suoi occhi e un
tenue sorriso. L'agente annuisce, sfila la lettera, la violenta con la punta di
una penna. Via la carta che cade a pezzi. Ne estrae il cuore di inchiostro.
L'agente però non ha finito. Deve ispezionare la busta per vedere se c'è
traccia di droga o di altro delitto. Ancora un'occhiata. L'appuntato annuisce di nuovo e passa il foglio di carta nella fessura del blindato. Il detenuto riconosce
subito la calligrafia, le cancellature, il dolore, la pazienza. La lettera è
una grande bolla di respiro puro con cui il detenuto si gonfia i polmoni, la
mente, il cuore. L'aria della cella si scalda. Le tempie si scaldano. E per
qualche minuto scivola dentro il tepore vitale del ricordo, di un abbraccio
capace di cancellare astio e dolore. Il detenuto inghiotte le lacrime e
sperpera sulle pareti grigie accenni di sorrisi dovuti a notizie buone: domani
sua figlia compirà quattro anni.
(da "RADIOBUGLIOLO", di Salvatore Ferraro, 2003)
giovedì 28 marzo 2013
LA PASQUA DI PAPA FRANCESCO E LE CARCERI
“Ero carcerato e mi
avete visitato”. Saranno probabilmente queste le parole che papa Francesco avrà
avuto in mente quando ha scelto di dare inizio al triduo Pasquale nel carcere
minorile di Casal del Marmo. Al di là però del precetto evangelico di visitare
i carcerati, il gesto del Pontefice assume un significato ulteriore di denuncia
della situazione inumana in cui versano molti carcerate e della susseguente e
sostanziale inutilità del carcere come strumento di correzione e di educazione
di chi ha sbagliato e deve essere reinserito nel corpo della società.
Abbiamo chiesto un commento a Salvatore Ferraro, autore per Rubbettino del
recente volume “La pena visibile”:
SALVATORE FERRARO: La
pasqua di resurrezione di Papa Francesco ha inizio da un carcere. Ecco il
segnale del cambiamento in corso. Vicinanza, solidarietà, per la prima volta,
il sacro lavaggio dei piedi dispensato anche a una donna. Ma oggi in carcere,
in tutte le carceri italiane accanto a questo bellissimo messaggio d'amore
tutto cristiano, aleggerà il peso di una situazione insostenibile.
La fine di questo modello antiquato e improduttivo di sanzione è d’altronde, ormai, alle porte. La crisi finanziaria internazionale sta presentando i suoi conti. L'impatto è duro, durissimo. Dappertutto.
Colpirà anche le prigioni. Il mondo delle galere non avrà condoni.
Oggi punire con il carcere costa ogni anno al nostro Paese due miliardi e mezzo di euro (nel 2007 si toccò la cifra record di tre miliardi e novantacinque milioni). In circa dieci anni si è arrivati a spendere ben 29 miliardi di euro. Sarà ancora possibile affrontare questi costi?
E soprattutto...per quale ragione continuare a sostenerli?
Il dato pacifico sul carcere è questo: l'assenza di risultati positivi. Questa vetusta forma di sanzione, in termini di riduzione della criminalità, ricollocazione del reo in un ambito lavorativo e recupero della regola violata, è approdata a risultati pari allo zero. Al contrario, il mantenimento del costoso sistema punitivo tradizionale vede il tasso di recidiva sempre altissimo: i recidivi sono il 68% della popolazione carceraria.
"Più di due terzi delle persone che escono dal carcere commettono nuovi reati"
Gherardo Colombo - Magistrato
Questo significa non solo che il carcere, in tutti questi anni, non è stato in grado di orientare, modellare, intervenire sulle scelte future del detenuto verso regole e valori condivisi ma, più paradossalmente, è stato esso stesso un forte contribuente nel consolidare e rafforzare nel detenuto propositi devianti.
D'altronde, una filosofia afflittiva fondata sulla reclusione, sull'inerzia, sull'isolamento, la separazione netta dalla società, la promiscuità con altri rei non poteva e non può insegnare a risocializzare. Né può creare nel reo scenari diversi, percorsi diversi, interessi nuovi. Al massimo, può vittimizzare, deresponsabilizzare e rendere, in virtù della promiscuità, più solidi e suggestivi gli input dell'ambiente deviante che il reo ritrova in carcere.
La resa è, dunque, iniziata. La stoccata non è solo di tipo economico.
Il quadro è ulteriormente peggiorato dalla scelta, quasi obbligata, delle professionalità carcerarie che, evidentemente avvilite, demotivate, fiaccate da un andazzo che procura solo frustrazione, optano per "l'immediato ritiro delle truppe dal campo di battaglia".
"Questi professionisti del «trattamento», poco a poco, si sono rifugiati negli uffici, abbandonando il campo di battaglia…"
Lucia Castellano - direttore carcere
Poliziotti ed educatori, psicologi e personale scelgono di auto-recludersi negli uffici, nei ministeri, scelgono la via burocratica perché evidentemente saturi di un sistema che non ha più ragione di esistere (almeno per quel 94,6% di detenuti ritenuti non pericolosi). E oggi di questi due miliardi e mezzo di spese annuali quasi l'80% (il 79,2%) è destinato al mantenimento della burocrazia penitenziaria: ossia a carte bollate, uffici, amministrativi, dirigenti ecc. , il 13% alla cosiddetta "rieducazione" del detenuto, 4,4% all'ordinaria manutenzione delle carceri, il 3,4% al mantenimento di alcuni servizi (sì, insomma, le bollette di luce e acqua).
Per la rieducazione del reo vengono in media spesi 0,08 centesimi al giorno!!!! o meglio 2,6 euro al mese!!! e provare a "creare" un nuovo posto in carcere per un detenuto costerebbe alla collettività 27.638,30 euro a cui andrebbero però aggiunte le spese ulteriori per l'aumento della sorveglianza, il personale ecc.
E allora, che fare?
Mantenere questo stato di cose è impossibile. E' ora di pensare seriamente a qualcos'altro.
Basta carcere. La pena sia, dunque, visibile. Utile, produttiva ed economicamente più vantaggiosa. Una sanzione espiata fuori le mura (per i detenuti non pericolosi, ossia il 94,6% della popolazione carceraria) consentirebbe un notevole risparmio economico: almeno il 50%.
Riflettiamoci...ma non troppo a lungo!
La fine di questo modello antiquato e improduttivo di sanzione è d’altronde, ormai, alle porte. La crisi finanziaria internazionale sta presentando i suoi conti. L'impatto è duro, durissimo. Dappertutto.
Colpirà anche le prigioni. Il mondo delle galere non avrà condoni.
Oggi punire con il carcere costa ogni anno al nostro Paese due miliardi e mezzo di euro (nel 2007 si toccò la cifra record di tre miliardi e novantacinque milioni). In circa dieci anni si è arrivati a spendere ben 29 miliardi di euro. Sarà ancora possibile affrontare questi costi?
E soprattutto...per quale ragione continuare a sostenerli?
Il dato pacifico sul carcere è questo: l'assenza di risultati positivi. Questa vetusta forma di sanzione, in termini di riduzione della criminalità, ricollocazione del reo in un ambito lavorativo e recupero della regola violata, è approdata a risultati pari allo zero. Al contrario, il mantenimento del costoso sistema punitivo tradizionale vede il tasso di recidiva sempre altissimo: i recidivi sono il 68% della popolazione carceraria.
"Più di due terzi delle persone che escono dal carcere commettono nuovi reati"
Gherardo Colombo - Magistrato
Questo significa non solo che il carcere, in tutti questi anni, non è stato in grado di orientare, modellare, intervenire sulle scelte future del detenuto verso regole e valori condivisi ma, più paradossalmente, è stato esso stesso un forte contribuente nel consolidare e rafforzare nel detenuto propositi devianti.
D'altronde, una filosofia afflittiva fondata sulla reclusione, sull'inerzia, sull'isolamento, la separazione netta dalla società, la promiscuità con altri rei non poteva e non può insegnare a risocializzare. Né può creare nel reo scenari diversi, percorsi diversi, interessi nuovi. Al massimo, può vittimizzare, deresponsabilizzare e rendere, in virtù della promiscuità, più solidi e suggestivi gli input dell'ambiente deviante che il reo ritrova in carcere.
La resa è, dunque, iniziata. La stoccata non è solo di tipo economico.
Il quadro è ulteriormente peggiorato dalla scelta, quasi obbligata, delle professionalità carcerarie che, evidentemente avvilite, demotivate, fiaccate da un andazzo che procura solo frustrazione, optano per "l'immediato ritiro delle truppe dal campo di battaglia".
"Questi professionisti del «trattamento», poco a poco, si sono rifugiati negli uffici, abbandonando il campo di battaglia…"
Lucia Castellano - direttore carcere
Poliziotti ed educatori, psicologi e personale scelgono di auto-recludersi negli uffici, nei ministeri, scelgono la via burocratica perché evidentemente saturi di un sistema che non ha più ragione di esistere (almeno per quel 94,6% di detenuti ritenuti non pericolosi). E oggi di questi due miliardi e mezzo di spese annuali quasi l'80% (il 79,2%) è destinato al mantenimento della burocrazia penitenziaria: ossia a carte bollate, uffici, amministrativi, dirigenti ecc. , il 13% alla cosiddetta "rieducazione" del detenuto, 4,4% all'ordinaria manutenzione delle carceri, il 3,4% al mantenimento di alcuni servizi (sì, insomma, le bollette di luce e acqua).
Per la rieducazione del reo vengono in media spesi 0,08 centesimi al giorno!!!! o meglio 2,6 euro al mese!!! e provare a "creare" un nuovo posto in carcere per un detenuto costerebbe alla collettività 27.638,30 euro a cui andrebbero però aggiunte le spese ulteriori per l'aumento della sorveglianza, il personale ecc.
E allora, che fare?
Mantenere questo stato di cose è impossibile. E' ora di pensare seriamente a qualcos'altro.
Basta carcere. La pena sia, dunque, visibile. Utile, produttiva ed economicamente più vantaggiosa. Una sanzione espiata fuori le mura (per i detenuti non pericolosi, ossia il 94,6% della popolazione carceraria) consentirebbe un notevole risparmio economico: almeno il 50%.
Riflettiamoci...ma non troppo a lungo!
Il libro
La pena visibile è una teoria dell’esecuzione penale che mira a dimostrare come l’esperienza dell’utilizzo del carcere, quale luogo ideale e irrinunciabile dell’esecuzione della sanzione penale, deve ritenersi finita: causa fallimento. Questa teoria non si limita a offrire fatti e argomentazioni atti unicamente a descrivere e provare le ragioni di questo fallimento. È una teoria che aspira a molto di più. Essa, infatti, oltre a offrire ragioni nuove e più profonde nello spiegare dove e in che modo il carcere abbia rivelato i suoi lati deboli, paradossali e contraddittori, mira a modellare un nuovo scenario esecutivo della pena: alternativo, utile e produttivo. Questo modello è fondato su una specifica qualità: la visibilità, ossia la possibilità, da parte della società e della vittima del reato, di partecipare il percorso sanzionatorio inflitto al reo; e muove da due presupposti, meglio, due urgenze fondamentali: ricreare intorno al reo un nuovo ambiente «condizionante» e dissolvere «l’ambiente carcerario».
La pena visibile è una teoria dell’esecuzione penale che mira a dimostrare come l’esperienza dell’utilizzo del carcere, quale luogo ideale e irrinunciabile dell’esecuzione della sanzione penale, deve ritenersi finita: causa fallimento. Questa teoria non si limita a offrire fatti e argomentazioni atti unicamente a descrivere e provare le ragioni di questo fallimento. È una teoria che aspira a molto di più. Essa, infatti, oltre a offrire ragioni nuove e più profonde nello spiegare dove e in che modo il carcere abbia rivelato i suoi lati deboli, paradossali e contraddittori, mira a modellare un nuovo scenario esecutivo della pena: alternativo, utile e produttivo. Questo modello è fondato su una specifica qualità: la visibilità, ossia la possibilità, da parte della società e della vittima del reato, di partecipare il percorso sanzionatorio inflitto al reo; e muove da due presupposti, meglio, due urgenze fondamentali: ricreare intorno al reo un nuovo ambiente «condizionante» e dissolvere «l’ambiente carcerario».
sabato 2 marzo 2013
PER ESEMPIO...
"Il
penitenziario ebbe su Schwam le conseguenze che assolutamente tutti i
penitenziari devono produrre, almeno finché si manterrà la loro attuale
organizzazione: Egli ne uscì dieci volte peggiore di quando vi era entrato. Gli
esempi deplorevoli, la lontananza di tutti gli esseri buoni, il rancore verso
quanti avevano in qualche modo preso parte alla sua condanna, la perdita di
qualsiasi sentimento d'onore che egli non credeva di poter mai più ristabilire:
Tutto si alleò per deteriorargli l'anima.
Da Schawn di Jacob Friedrich Abel (Lipsia, 1787)
"La
punizione detentiva è antica quanto la storia dell'uomo. In molti paesi le
carceri sono assai affollate. Ve ne sono alcune fornite di qualche comodità, ma
in altre le condizioni di vita sono assai precarie, per non dire indegne
dell'essere umano. I dati che sono sotto gli occhi di tutti ci dicono che ogni
forma punitiva in genere riesce solo in parte a far fronte al fenomeno della
delinquenza. Anzi, in vari casi, i problemi che crea sembrano maggiori di
quelli che tenta di risolvere. Ciò impone un ripensamento in vista di una
qualche revisione (…) del sistema carcerario, per adeguarlo maggiormente alle
esigenze della persona umana, prevedendo anche un maggior ricorso alle pene non
detentive.
Papa Giovanni Paolo II (Città Del vaticano 2002)
"Bisogna
offrire al detenuto delle occasioni vere e reali di dimostrare la serietà dei
suoi propositi e chiedere al detenuto di dimostrarla senza oscillazioni. Se con
il delitto egli ha contratto un debito con i suoi simili questo debito va
pagato: ma va pagato non con una sofferenza inerte e degradante, ma con uno
sforzo positivo e costruttivo. Non male per male ma bene per male"
Elvio Fassone, giudice, Torino, 18 Maggio 1989
"AHò...allo
Stato, a cranio, je costamo centocinquanta euri ar giorno. Centocinquanta euri
ar giorno! Se me ne daveno pure la metà, da mò che avevo smesso de rubbà".
Er Braciola Rebibbia Nuovo Complesso 2002
martedì 26 febbraio 2013
RECUPERARE LA REGOLA
Per consentire al reo di recuperare l'adesione a una regola "positiva" si deve fare una sola cosa: permettergli di praticarla. Ripetutamente. Renderlo attivo, produttivo, responsabile, farlo interagire con un consorzio sociale reale, con limitazioni di libertà, certo. La strada è questa.
Accantonare il reo, isolarlo col carcere, renderlo inerte, deresponsabilizzarlo, lo allontana sempre più dalla pratica della regola "positiva" e lo avvicina ineluttabilmente ad altre regole: quelle carcerarie.
Il che significa una sola cosa: spianare al detenuto la strada per la recidiva.
S.F.
UNA PROPOSTA
La pena visibile è un progetto organico e articolato che mira a modellare un nuovo scenario esecutivo della pena: una sanzione finalmente allontanata dall’opacità delle mura carcerarie e trasportata fuori, nella società. La realizzazione di un’interazione in cui vengono coinvolti i vecchi protagonisti della pena ma stavolta con funzioni più “aperte”, visibili, attive e con la presenza di un nuovo soggetto: la società, i suoi spazi, le sue relazioni.
UNA PROPOSTA
La pena visibile è un progetto organico e articolato che mira a modellare un nuovo scenario esecutivo della pena: una sanzione finalmente allontanata dall’opacità delle mura carcerarie e trasportata fuori, nella società. La realizzazione di un’interazione in cui vengono coinvolti i vecchi protagonisti della pena ma stavolta con funzioni più “aperte”, visibili, attive e con la presenza di un nuovo soggetto: la società, i suoi spazi, le sue relazioni.
Una pena che si esprime “dentro” un consorzio sociale in grado di produrre meccanismi afflittivi più aggiornati, garantendo, al contempo, un sistema di controllo adeguato. Un modello di sanzione “visibile” che, grazie alla co-partecipazione sociale, responsabilizzi il reo e gli fornisca stimoli positivi che possano finalmente distoglierlo da propositi devianti e indirizzarlo consapevolmente verso la pratica costante e continuata di regole sociali condivise.
La Pena Visibile, Salvatore Ferraro, Rubbettino Editore
La Pena Visibile, Salvatore Ferraro, Rubbettino Editore
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